«Anche la parole curano» è il titolo del libro frutto di un lungo lavoro a cura della Fondazione “Giancarlo Quarta” (FGQ) e della dolorosa storia personale del suo presidente, Lucia Giudetti Quarta. Il libro, appena pubblicato dalla stessa Fondazione, riporta le conclusioni del progetto «Ippocrates», svolto nell’arco di due anni presso l’Istituto Tumori di Milano, coinvolgendo oltre 4.000 pazienti. Scopo del progetto: migliorare la relazione medico-paziente, attraverso i giudizi dei pazienti sulle capacità comunicative di chi li curava.
«Le parole sono dotate di un immenso potere: sono in grado di aiutare, di indicare un cammino, di recare la speranza. Lo scrive Eugenio Borgna, psichiatra illustre, nel suo ultimo libro “La fragilità che è in noi” e io vorrei aggiungere: le parole curano. Ed è nella convinzione di poter far anche noi qualcosa per migliorare la relazione tra medico e paziente che la Fondazione “Giancarlo Quarta” (FGQ) si è impegnata in un cammino, iniziato dieci anni fa, per offrire strumenti di ascolto e d’intervento nei rapporti di cura di malattie gravi.»
Il progetto alla base del libro
Chi parla è Lucia Giudetti Quarta, presidente della Fondazione Quarta, mentre presenta il libro «Anche la parole curano», frutto di un lungo lavoro della Fondazione e di una dolorosa storia personale. Il libro, appena pubblicato dalla stessa Fondazione, riporta le conclusioni del progetto «Ippocrates», svolto per due anni all’Istituto dei tumori di Milano. Scopo del progetto: migliorare la relazione medico-paziente. Particolarità: nessuna lezione ex cathedra, nessun seminario teorico, ma una rilettura del lavoro svolto in corsia, attraverso i giudizi dei pazienti sulle capacità comunicative di chi li curava. I comportamenti più meritori venivano “premiati” con una lettera di encomio al medico. Secondo la teoria behaviorista (dall’inglese behaviour , comportamento, secondo la quale si può analizzare solo il comportamento dell’uomo e non la mente, che è una “scatola nera”) del rinforzo positivo, si supponeva che i medici avrebbero ripetuto i comportamenti premiati e che questi si sarebbero diffusi in tutto il reparto (secondo un processo di retroazione e amplificazione positiva). Da 1782 interviste raccolte (sono stati in realtà più di 4 mila i malati che hanno collaborato, ma molte interviste sono state eliminate perché generiche o incomplete) sono emersi 135 medici meritevoli di almeno un “ringraziamento” (peraltro pubblico, perché le lettere, oltre che ai diretti interessati, sono state inviate anche a primari e responsabili dell’Istituto). I vari casi sono poi diventati oggetto di una rielaborazione, a cura degli psicologi della Fondazione Quarta, per costituire un data base di “modelli relazionali”, un know how condiviso, accessibile e consultabile secondo diversi criteri (per esempio, situazione da affrontare, rinforzi della comunicazione utilizzati).
ll miglioramento delle relazioni medico-paziente è durato nel tempo
«”Ippocrates” – sottolinea Giudetti Quarta – ha avuto anche un riflesso immediato sul comportamento dei medici proprio come avevamo ipotizzato. E il miglioramento delle relazioni medico-paziente è durato nel tempo, anche dopo il termine del nostro intervento. A questo proposito i direttori dei Dipartimenti coinvolti hanno espresso apprezzamento per la capacità della metodologia di modificare la qualità relazionale e di misurarne i risultati». «Rilevando la frequenza dei comportamenti positivi dei medici, ne abbiamo visto migliorare sia la quantità che la qualità e la linea che li descrive si è “appiattita”, segno che si è ridotta la disomogeneità di risultati nelle aree comunicative analizzate – continua Alan Pampallona, direttore generale FGQ -. Sono infatti migliorati tutti i cinque parametri presi in considerazione: la capacità di spiegare chiaramente; di creare fiducia; di comprendere emotivamente; di ascoltare attivamente; di proporre soluzioni terapeutiche. Ma è soprattutto il parametro dell’ascolto attivo, come già avevano visto in un primo bilancio del nostro lavoro, lo scorso anno, che è cambiato». Progetti futuri? «Siamo affascinati dalla possibilità, offerta oggi dalle neuroscienze, di andare a “vedere” che cosa accade nel cervello quando e se si instaura tra medico e paziente una relazione positiva. Questo – conclude Alan Pampallona – darebbe ancora più forza a lavori come il nostro».
Fonte: Il Corriere della Sera – Salute
Per un ulteriore approfondimento: Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano