613363 7-learning-new-languagesCos’è che ci differenzia dagli animali? La capacità che abbiamo di comunicare attraverso un linguaggio scritto e orale. La lingua che parliamo quotidianamente influenza il nostro modo di pensare e di vedere il mondo, andando a modellare i nostri pensieri ed il nostro intelletto. Essere madrelingua inglese, italiano o russo non vuol dire esclusivamente parlare una determinata lingua  ma rappresenta la maniera con cui l’individuo si interfaccia con il mondo che lo circonda, poiché, come dimostrato da numerosi studi, ogni lingua mette in risalto alcuni aspetti dell’esperienza che sono tipici della propria realtà e che risultano pertanto astrusi a chi non li vive tutti i giorni in prima persona. Ecco che la nostra attitudine a conoscere il mondo viene plasmata da quell’insieme di norme che regolano la nostra comunicazione.

Jubin Abutalebi, neurologo cognitivista al San Raffaele di Milano, spiega come le influenze culturali siano determinanti per la nostra visione della realtà. Saussure, linguista e semiologo svizzero, parlava dell’arbitrarietà del linguaggio e mai come in questo caso tale affermazione risluta vera: un oggetto viene chiamato in diversi modi, a seconda della lingua in cui si comunica; sebbene l’oggetto sia lo stesso, le sfumature che gli vengono attribuite variano. Ogni parlante dà a quel determinato oggetto la sfumatura che viene imposta dalla cultura del suo paese d’origine. Interessante sarà sicuro il caso di chi è bilingue e quindi padroneggia a pari livello due idiomi differenti; quest’ultimo, difatti, vedrà il mondo in due maniere diverse, a seconda della lingua che utilizza. Ciò è sintomatico di una maggiore curiosità e di una maggiore apertura verso l’esterno.

L’influenza del linguaggio sulla nostra coscienza, però, è molto più complicata. A dimostrarlo, è una ricerca pubblicata su PLOS One in cui veniva dimostrato che quando ci si esprime in una seconda lingua, differente dalla lingua materna, ci si pone meno scrupoli morali, dei quali invece si fa portatrice la nostra prima lingua. E questo perché quando parliamo un idioma che non conosciamo da quando siamo nati, dobbiamo esercitare un controllo cognitivo maggiore per cercare di non parlare il linguaggio materno e soprattutto di commettere meno errori possibili. Quindi, se il linguaggio appreso durante la nostra infanzia riesce a modulare la nostra forma mentis, quello che ci viene in una qualche modo imposto no. La sorpresa si ha però nel momento in cui l’idioma madre viene associato a determinati atteggiamenti che apparentemente sembrano non avere nulla a che fare con la comunicazione, come per esempio l’attitudine al risparmio; l’economista americano Keith Chen fa notare come i Cinesi, che non usano tempi verbali per indicare azioni future, abbiano una propensione a risparimiare superiore di quasi il 30 % rispetto a coloro che identificano il futuro con un tempo verbale ben definito. La spiegazione risulta essere abbastanza semplice: distinguere in maniera netta il futuro dal presente fa sembrare il primo ancora più lontano e ciò comporta la tendenza a non risparmiare e a non mettere soldi da parte (venendo visto come un tempo lontano).
Questo argomento non rappresenta di certo una novità: già nell’800 d.C., Carlo Magno sosteneva che colui che conosceva due lingue, possedeva una doppia anima. Proprio da questo concetto è partito il linguista americano Benjamin Lee Whorf, il quale, nel 1940, affermò che il linguaggio è in grado di forgiare la mente di una persona al punto tale che due persone appartenti a due culture diverse, si rapporteranno al mondo sempre in modo differente. Tesi messa in discussione dagli studi di Noam Chomsky, che introdusse per la prima volta il concetto di “grammatica universale“. Si tratta probabilmente di concetti abbastanza estremi che trovano entrambi fondamento nelle vita quotidiana di ognuno di noi. Quello che è evidente, difatti, è che ogni linguaggio ha dentro di sé una visione del mondo che ci circonda e la instilla nel parlante. Basti pensare al modo in cui viene concepito il senso di colpa nel mondo anglosassone ed in quello ispanico. Se un vaso si rompe, i primi fanno intendere che ci sia sempre qualcuno responsabile mentre gli spagnoli si limitano a dire “il vaso si è rotto” . Da qui la maggiore propensione anglosassone a punire in maniera rigorosa chiunque non rispetti la legge piuttosto che risarcire le eventuali vittime.

La fonte: Corriere della Sera

 

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