Ballare per 150 minuti alla settimana fa bene alla salute, andando ad incidere in maniera positiva sul cuore e sulla massa corporea.
Ad affermarlo è un recente studio australiano pubblicato su una delle più prestigiose riviste del settore, The American Journal of Preventive Medicine, che ha raccolto i dati di ben 11 indagini inglesi che riguardavano 48000 soggetti dai 40 anni in su, senza problemi cardiaci.
L’indagine riguardava due discipline, la danza e la camminata, e prevedeva domande inerenti a diversi aspetti delle due attività, quali la frequenza con cui venivano praticate, la durata e l’intensità. Ciò che è emerso è che due ore e mezza settimanali di ballo non solo fanno bene, ma ringiovaniscono, riducono l’indice di massa corporea e rendono gli individui meno predisposti allo sviluppo di malattie croniche. In particolar modo, è stato dimostrato che tutti coloro che dichiaravano di danzare in maniera moderata, avevano meno probabilità di morire per malattie cardiache (sempre prendendo in considerazione tutte quelle variabili che posso incidere sul benessere di una persona, quali età, sesso, fumo, stile di vita e via dicendo).
Dafna Merom, autrice dello studio australiano, spiega come ad essere sorprendente non sia il fatto che coloro che svolgono un allenamento fisico moderato risultino meno predisposti ad ammalarsi di patologie cardiache, quanto il fatto che l’intensità con cui viene praticata tale attività sia il fattore maggiormente influente per il riscontro di determinati benefici. Danzare a bassa intensità non procura gli stessi benefici che sono previsti se invece la persona dedica 150 minuti circa a tale attività. Da ciò si deduce che gli effetti positivi della danza non derivino esclusivamente da aspetti sociali o affettivi.
Ecco spiegato il perché ballare sia più fruttuoso della camminata: si raggiungono livelli di intensità più elevati, nonostante gli intervalli di tempo siano più brevi. L’esperta, inoltre, specifica come i ritmi più veloci siano maggiormente consigliati per prevenire qualsiasi tipo di disturbo cardiaco e ridurre così la mortalità per queste malattie.
La fonte: Quotidiano Sanità