Uno studio recente condotto dal team di ricerca del Prof. Paolo Bellavite e pubblicato sulla rinomata rivista scientifica PLOS One comprova l’attività dell’erba Arnica montana per la guarigione delle ferite (in differenti diluizioni omeopatiche), andando ad intervenire sui macrofagi e regolando alcuni dei geni che sono coinvolti nella riparazione dei tessuti.
Durante una prima analisi, era stato dimostrato che i macrofagi incrementano l’attività dei geni che lavorano per la sintesi delle chemochine, vale a dire quelle sostanze necessarie per ricondurre le varie cellule nell’area lesionata e per la stimolazione della ricrescita dei vasi; alla luce degli ottimi risultati ottenuti dalla prima ricerca, si è pensato di prendere in esame tutte le migliaia di geni espressi dai macrofagi, mediante la procedura “Next-generation sequencing”. I risultati parlano chiaro: è stato riscontrato un aumento, da un punto di vista statistico estremamente rilevante, di ben 7 geni; i ricercatori hanno evidenziato che di questi geni, 3 sono collegabili al metaplasma del tessuto connettivo, per esempio la fibronectina. A riprova di quanto appena affermato, gli studiosi sottolineano che se si interviene in maniera artificiale su un graffio del monostrato cellulare, i macrofagi sono in grado di ripararlo con una maggiore rapidità.
Le proprietà anti-infiammatorie dell’Arnica sono sempre state note ai più, come del resto le sue funzioni riparatorie dei tessuti dopo traumi, escoriazioni o altri danni tissutali; quello che non era ancora noto riguardava il meccanismo di azione molecolare e proprio per questa ragione lo studio condotto dal pool di esperti dell’Università di Verona rappresenta un vero e proprio passo in avanti per l’affermazione dei rimedi omeopatici.
La fonte: SIMOH