musicoterapia ictusLa musica è l’arte che più di ogni altra è in grado di generare emozioni evocative. Ascoltare un brano evoca ricordi, oppure semplicemente ci rende tristi o allegri. Individui diversi o con differente cultura provano le medesime sensazioni sentendo una canzone classificata come “triste” o “incalzante”. 
La musica costituisce una sorta di codice comunicativo alternativo, che l’uomo riconosce ed elabora, e su questo stesso cardine è basata la disciplina della Musicoterapia, dove il mondo interiore del paziente viene reso accessibile dal terapeuta per mezzo dell’ISO – Identità Sonora Individuale, ed a cui si ricorre per curare stati d’ansia, depressione ed insonnia. Interessante in questo senso l’opera di Oliver Sacks  intitolata Musicofilia, in cui l’Autore esplora tutti i benefici che una terapia a base di musica può apportare su malattie neurologiche gravi come Parkinson e Alzheimer. Ma anche rispetto all’epilessia, la musica sembra avere ritorni molto positivi.

Nei bambini i suoni musicali sono funzionali al superamento dello stress post nascita facilitando anche l’apprendimento e la comunicazione, ed anche i neonati possono bearsi di questa piacevole procedura sonora: per loro sono consigliate fino a 5 sessioni quotidiane di musica classica, ascoltata con le cuffie, della durata di 20 minuti ciascuna. Ancora prima, i terapisti consigliano brani come le sonate di Mozart o i notturni di Chopin alle donne in gravidanza.

Ma come fa la musica a comunicare in questo modo col nostro cervello? Quali meccanismi si instaurano? 

Il binomio da indagare è quello composto da musica ed emozioni.

Dal canto loro, le emozioni provocano tre tipologie di modificazioni:

  • fisico-fisiologico, come ad esempio l’aumento o la diminuzione del respiro, o l’alterazione del battito cardiaco
  • comportamentale, il che si riflette in evidenze quali il panico, la modifica del tono di voce oppure il cambiamento di postura in base alla specifica emozione provata
  • mentale, ovvero il livello esperienziale provocato da un’emozione sulla nostra cognizione

Le emozioni comuni a tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla cultura, si chiamano primarie, e sono anche quelle più forti e radicate: gioia, paura, tristezza, dolore, interesse, disgusto, eccitamento.
Altre emozioni si plasmano in noi grazie al contesto sociale ed all’esperienza personale, ed hanno quindi una connotazione cosciente.
Ebbene, la musica non agisce tanto su quest’ultima tipologia descritta, quanto sulla categoria di emozioni primarie.
Sono le note ed il ritmo a produrre gli effetti emotivi. Il ritmo dipende dalla velocità, comunemente intesa come il numero di battiti al minuto oppure come il ritmo con cui batteremmo le mani ascoltando una melodia. Tempi inferiori ai 60 battiti al minuto hanno un effetto tranquillizzante, sotto i 30 battiti l’effetto diventa invece deprimente, mentre sopra gli 80 l’effetto è attivante.
Tutto questo si interconnette con l’attività cardiaca umana, i cui battiti in condizioni normali si attestano tra i 60 e gli 80 al minuto. La medesima interconnessione avviene tra la mamma ed il proprio bambino: se la mamma tiene in braccio il piccolo ed è serena, avrà dei battiti cardiaci regolari che il bimbo avvertirà rilassandosi a sua volta; viceversa, se la mamma è in uno stato di agitazione ed i suoi battiti saranno accelerati, il piccolo in braccio ne sarà influenzato.
La musica sembra essere adatta anche per aiutare chi soffre di epilessia, nella prevenzione delle crisi successive.
Già nel 2015, in occasione del centoventreesimo Congresso Annuale dell’American Psychological Association, in Canada, si era discusso sui risultati di uno studio basato sul ricorso alla musica Classica e Jazz in pazienti affetti da epilessia. Secondo la Neurologa statunitense Christine Charyton dell’Ohio State University Wexner Medical Center, il cervello delle persone colpite da epilessia sincronizzerebbe meglio le onde del proprio cervello su quelle della musica.
La patologia si origina nella forma lobo temporale, la stessa in cui viene elaborata anche la musica, e così la Dottoressa Charyton ed il Team di studiosi ha monitorato 21 persone in un arco di tempo compreso tra il Settembre 2012 e il Maggio 2014, ricorrendo all’elettroencefalogramma per registrare l’attività dei soggetti indagati, in un’alternanza di silenzio a cui poi facevano seguito brani di Mozart o del jazzista John Coltrane.
Ebbene, il cervello dei pazienti risultava molto più attivo durante l’ascolto musicale ed in loro è emersa anche una sincronizzazione maggiore tra le onde cerebrali e le onde della musica, rispetto agli individui sani.

Ad ogni modo, è comunque bene ricordare che la musica attualmente può porsi come coadiuvante rispetto alla terapia farmacologica, e non in sostituzione ad essa.

Fonti: Scienza e Conoscenza, Focus, APA- American Psychological Association

 

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