Abstract Relatori Saluscienza 2018

Dott. Antonio Maria Pasciuto
Medico Specialista in Medicina Interna, Esperto in Medicina Ambientale Clinica, Membro del Consiglio Direttivo di Europaem (Associazione europea di Medicina Ambientale), Presidente di ASSIMAS (Associazione Italiana di Medicina Ambiente e Salute)

Titolo Relazione: Medicina Ambientale Clinica:disciplina moderna e trasversale al servizio di una diagnosi eziologica. Impatto sulla salute sociale dalla Sensibilità Chimica Multipla alle patologie degenerative

Con il termine di Medicina Ambientale si intende quella branca della medicina che si occupa di prevenzione, diagnosi e trattamento delle patologie che possono essere messe in correlazione con “fattori ambientali”.Gli organismi viventi sono dei sistemi aperti, in continuo contatto cioè con l’ambiente in cui vivono, ed esposti quindi ad innumerevoli influenze di ordine fisico, chimico e biologico. 

Tale contatto va inteso come un interscambio che l’organismo vivente cerca di regolare ai fini del mantenimento del proprio stato di salute, di una situazione cioè che gli consenta di compiere in maniera corretta tutte le proprie funzioni. Soprattutto nelle civiltà cosiddette industrializzate le ragioni per cui un organismo vivente si ammala vanno ricercate a mio avviso per la maggior parte in cause di tipo ambientale. L’enorme aumento delle patologie croniche registrato negli ultimi anni lo si può sicuramente attribuire agli effetti del carico tossico ambientale cui ognuno di noi è quotidianamente sottoposto.

Pochi si rendono conto che negli ultimi cento anni l’uomo ha modificato completamente l’ambiente contaminando l’aria, il suolo e l’acqua con sostanze chimiche di sintesi, prodotte cioè in laboratorio, e fonti elettromagnetiche. 

Il sistema Terra non riesce più a smaltire queste sostanze e gli esseri viventi, tra cui l’uomo, vengono continuamente a contatto con esse, assimilandole. Si calcola che ognuno di noi si imbatta in almeno 500 sostanze sintetiche ogni giorno! Il corpo umano non ha fatto in tempo, in soli 100 anni, ad evolversi per vivere bene in questo nuovo ambiente e sono in grande aumento malattie quali la Sensibilità Chimica Multipla, il cancro, le allergie, e anche patologie neurodegenerative come il Parkinson, l’Alzheimer.Tutte le patologie croniche e gran parte dei disturbi funzionali sono dovuti ad un insieme di cause (si parla di patologie multifattoriali), e la gran parte di queste cause sono di origine “ambientale”.

Compito del medico è principalmente quello di arrivare a formulare una diagnosi, che non sia una diagnosi semplicemente descrittiva di sintomi o di eventi morbosi, ma che sia una diagnosi eziologica. Solo così il medico potrà prescrivere una terapia specifica, indirizzata a rimuovere le cause che hanno determinato la patologia.

La Medicina Ambientale ci dà modo di intraprendere questo cammino, ipotizzando prima, e dimostrando successivamente (grazie a nuove e moderne indagini di laboratorio e rilevazioni ambientali) il ruolo che i cosiddetti fattori ambientali esercitano nel determinare le varie patologie.

Dott. Antonio Morandi
Medico specialista in Neurologia, Presidente della Società Scientifica Italiana di Medicina Ayurvedica (S.S.I.M.A.)

Dott. A.N. Narayan Nambi
Professore Ordinario presso il Visnu Ayurveda College, Shornur, Kerala in India. Membro del Corpo Docente della Scuola di Medicina Ayurvedica “Ayurvedic Point” di Milano e dell’European Institute of Vedic Studies di Sauve in Francia.

Titolo Relazione: Ayurveda, medicina e scienza moderna: collaborazione per un salto di paradigma
L’Ayurveda è uno dei più antichi sistemi di prevenzione e cura ed è la principale medicina tradizionale dell’India. Elementi chiave dell’Ayurveda sono la centralità del paziente, la stretta connessione tra mente e corpo, la relazione dinamica e interattiva tra il paziente e l’ambiente, l’attenzione per la salute e il suo mantenimento, piuttosto che per la malattia stessa.

La natura e la scienza sono interpretate secondo un quadro concettuale che dipende da fattori storici, culturali, sociali ed economici. Il concetto del moderno modello biomedico che esprime l’opposizione salute-malattia, si basa su elementi che hanno caratterizzato la storia della civiltà occidentale dove la discontinuità è stata privilegiata rispetto alla continuità, portando ad un sistema centrato sulla giustapposizione di due opposti teorici. Ciò ha favorito l’emergere di categorie precise che, soprattutto nelle discipline biomediche, sono state utili per descrivere chiaramente le strutture e l’organizzazione degli esseri viventi. Al contrario, l’Ayurveda si è sviluppata all’interno della tradizione indiana, radicata nella prospettiva dell’interconnessione, fattore determinante per una visione sintetica ed una prospettiva olistica delle dinamiche dei sistemi viventi. Questo giustifica la modalità concettuale inclusiva che sta alla base dell’epistemologia dell’Ayurveda e che si esprime nel concetto attivo di Salute che emerge dalla complessità della Vita.

La necessità di un’integrazione della Medicina Occidentale con i Sistemi Tradizionali di Medicina come l’Ayurveda è ormai imprescindibile. La domanda di nuove strategie terapeutiche per il trattamento delle malattie croniche e degenerative, così come l’enfasi della medicina occidentale sulla dimensione bio-psico-sociale della salute sono i motori principali di questo incontro.

Ovviamente, l’incontro di questi due sistemi di conoscenza deve essere attentamente mediato e, in considerazione della loro elevata diversità epistemologica ed ontologica, è necessaria l’elaborazione di un nuovo modello sia semantico che concettuale per poter trasmettere le informazioni in modo bidirezionale. La collaborazione tra l’Ayurveda e la moderna Bio-Medicina attraverso la verifica di somiglianze e punti di contatto può portare ad una sinergia metodologica e concettuale che consentirà di ottenere risultati scientifici e terapeutici superiori alla somma delle parti; superando i limiti dei modelli legati alle culture per esplorare le potenzialità di una nuova visione complessa e multidimensionale della ricerca biomedica e scientifica.

Questo approccio è stato da noi verificato in vari studi, fra cui la ridefinizione del concetto di Salute, interfacciando i più avanzati approcci epistemologici occidentali e il modello dell’Ayurveda incentrato sulla resilienza individuale e sulla capacità di adattarsi ai cambiamenti interni ed esterni. Resilienza che deriva dall’equilibrio dinamico e coerente dell’individuo, definito come corpo, mente e spirito, e dell’ambiente di cui fa parte. Il risultato dello studio può costituire la base per un’integrazione tra sistemi sanitari moderni e tradizionali e fornire indicazioni per un nuovo paradigma di Sistema di Gestione della Salute e di Assistenza.

Dott. Danilo Sirigu
Dirigente medico 1° livello Servizio di Radiologia A.O.Brotzu Cagliari. Coordinatore Sezione Sardegna Istituto Franco Granone CICCS Centro Italiano Ipnosi Clinico Sperimentale

Titolo Relazione: Il corpo, la mente e la strategia dello sguardo. Ecografia e ipnosi: lo sguardo del paziente alla luce della fisica quantistica e della teoria della complessità.
Tema della relazione è la riflessione sul concetto di immagine, considerata non tanto come cosa vista di cui prendere atto passivamente, ma come disponibilità attiva a vedere (Strategia dello sguardo), che va destata e sviluppata e che acquista una profonda capacità trasformativa.

Alla base di questa trasformazione del concetto di immagine c’è la nozione di affordance o risorsa, introdotta nel 1979 da James J. Gibson per descrivere il rapporto reciproco tra un organismo vivente e il suo ambiente, divenuta ormai uno dei cardini delle neuroscienze. Secondo Gibson la percezione visiva di un oggetto comporta la selezione delle proprietà intrinseche che ci consentono, di volta in volta, di interagire con esso. Queste non sono delle proprietà fisiche astratte, ma incarnano delle opportunità pratiche che l’oggetto, per così dire, offre di volta in volta all’organismo che lo percepisce”. Ciò significa che lo stesso oggetto viene visto in modi diversi a seconda del contesto in cui è inserito, del modo in cui lo si guarda e delle opportunità alle quali vengono associate la sua percezione e l’interazione con esso. A questa prima consapevolezza se ne associa subito un’altra, strettamente legata a essa: l’idea che il nostro corpo sia un luogo di molteplici possibilità di percezione e di azione, evocate di volta in volta non solo dalle specifiche caratteristiche degli oggetti e/o delle situazioni, ma dal modo in cui si interagisce con essi, dal tipo di relazione che viene attivata.

In questo quadro epistemologico va inserita una sperimentazione sull’uso combinato dell’ipnosi e dell’ecografia. L’ipnosi è una modalità comunicativa e relazionale che stimola la realizzazione di uno stato modificato di coscienza, grazie al quale si consegue una riabilitazione cognitiva somatica e comportamentale funzionale a una condizione di equilibrio e benessere. La sua premessa è che il paziente possieda nel suo corpo molteplici risorse intrinseche che possono essere recuperate e utilizzate per affrontare situazioni problematiche e per risolvere sintomi e situazioni patologiche. Si tratta di destare e attivare queste risorse mettendo il paziente in condizione, attraverso un’alleanza terapeutica con il medico, di riuscire a operare uno spostamento dell’attenzione che gli consenta di superare le paure associate a situazioni considerate potenzialmente minacciosa e dolorose e di coglierne le opportunità positive, orientate verso il raggiungimento di un obiettivo vantaggioso e benefico. Sta qui l’essenza dell’atto medico dell’ipnosi clinica: creare esperienze innovative e utili attraverso strategie basate sulla focalizzazione dell’attenzione, sull’attivazione delle capacità che le persone di solito possiedono, senza esserne consapevoli, e sulla loro amplificazione, attraverso la realizzazione di potenti immagini mentali con il loro significato plastico. Se l’ipnosi opera con immagini mentali che vengono evocate e attivate e ha a che fare soprattutto con le risorse dell’immaginazione l’ecografia fa riferimento alle immagini reali prodotte dalle apparecchiature di diagnostica e le utilizza a fini terapeutici. L’efficacia di questo processo è comprovata dai benefici che il paziente trae ad esempio dalla visualizzazione ecografica dei suoi organi associata all’Ipnosi clinica nel trattamento di alcune patologie internistiche. L’associazione Ipnosi Clinica – Ecografia rappresenta una nuova e affascinante applicazione clinica della Diagnostica ecografica.

Dott. Ernesto Burgio
Medico esperto di epigenetica, membro del consiglio scientifico di ECERI European Cancer and Environment Research Institute – Bruxelles

Titolo Relazione: Verso un paradigma sistemico in biologia molecolare ed evolutiva e in biomedicina
In un breve articolo pubblicato su Bioessays nel 1996, scritto in occasione della morte di Thomas Kuhn, Adam Wilkins, si chiedeva perché nel XX secolo la fisica teorica avesse affrontato la sua rivoluzione kuhniana (dal modello newtoniano alla meccanica quantistica e alla teoria della relatività) mentre la biologia non aveva ancora sperimentato il suo cambio di paradigma. Secondo Wilkins, infatti, né il modello darwiniano nella biologia evolutiva, né le teorie mendeliane, né il modello di DNA descritto da Watson e Crick avevano aperto la strada a una vera rivoluzione kuhniana in biologia. Pochi mesi dopo, Richard Strohman, rispose a Wilkins su Nature Biotechnology, criticando il modello riduzionista dominante secondo cui il DNA sarebbe considerato come un programma genetico contenente tutte le informazioni necessarie e sufficienti per la costruzione dell’organismo (un modello lineare in cui l’informazione viaggia, per così dire, a senso unico, dal DNA alle proteine e al fenotipo). Il significato essenziale di questo mio talk è un’introduzione alla sempre più necessaria e urgente rivoluzione kuhniana della biologia invocata da Wilkins e Strohman. Le parole chiave su cui rifletteremo sono epigenoma / epigenetica, microbioma/metagenomica, ologenoma, connettoma: tutti i termini emersi negli ultimi 15 anni che dovremmo utilizzare per meglio connettere tra loro la biologia umana e comparativa, la biologia dello sviluppo e l’embriologia, la biologia evolutiva, la microbiologia e la biomedicina. La principale parola chiave è in questo contesto epigenetica: un termine che è diventato di moda negli ultimi anni, ma che può essere interpretato in vari modi. Quella dominante è l’interpretazione riduzionista, per la quale l’epigenetica è la parte della genetica che studia come alcuni segni specifici sul DNA e gli istoni (codice istonico) modulino la forma della cromatina, condizionando l’espressione del genoma. Sta però emergendo un modello diverso, in base al quale l’epigenetica dovrebbe essere riconosciuta come lo strumento più adatto e potente per rappresentare l’intero genoma come una rete molecolare unitaria, dinamica, fluida, sistemica che interagisce con l’ambiente. Un modello di genoma in cui l’epigenoma (che alcuni hanno definito il software del genoma) si comporta come una camera di compensazione: lo spazio specifico in cui il flusso di informazioni provenienti dall’esterno incontra le informazioni che sono state codificate per milioni di anni nel DNA (l’hardware), orchestrando i principali processi molecolari che determinano tutti i cambiamenti strutturali e funzionali di cellule e tessuti, causando la continua trasformazione del fenotipo umano (sia fisiologico che patologico). Dobbiamo pensare a questi cambiamenti molecolari come meccanismi reattivi ai fattori ambientali. Poiché il genoma è incessantemente e sempre più minacciato da fattori ambientali pericolosi, l’(epi)genoma è costretto a mutare in modo adattivo e difensivo. Tuttavia, se l’ambiente cambia troppo velocemente rispetto all’abilità dell’(epi)genoma di adattarsi, l’intero organismo è in pericolo. Le patologie non si verificano per caso: sono il prodotto dell’instabilità epigenetica indotta e anche le mutazioni del DNA dovrebbero essere viste come la conseguenza di questa instabilità.

Dott. Stefano Fais
Medico, specialista in Malattie dell’apparato digerente, è Direttore del Reparto Farmaci Anti-Tumorali dell’Istituto Superiore di Sanità

Titolo Relazione: Una nuova visione per prevenire e curare i tumori
L’interesse del mio gruppo nel prendere in considerazione un approccio alternativo per prevenire o curare i tumori è iniziato dall’evidenza che i tumori sono acidi e che l’acidità extracellulare dei tumori è un meccanismo che da una parte porta ad una pressione selettiva internamente alla massa tumorale, dall’altra isola i tumori dall’organismo e purtroppo da qualsiasi terapia basata su farmaci chimici. Pressione selettiva significa che l’acidità diventa il principale sistema di condizionamento di un processo microevoluzionistico, attraverso il quale di fatto non vengono indotti cambiamenti né fenotipici né genomici nelle cellule, ma una progressiva selezione di cellule che sono più adatte delle altre a vivere in un ambiente estremamente ostile; nel quale lo scopo principale è la sopravvivenza e non la organizzazione di un tessuto funzionale. E’ evidente quindi che a sopravvivere in un ambiente acido, ipossico e con scarso apporto di sangue e sostanze nutritizie saranno quelle cellule del nostro corredo che hanno caratteristiche adatte a questa terribile condizione. Questo concetto richiama le ipotesi di Darwin sulla selezione naturale; cioè sopravvive il più adatto e non necessariamente il più forte od il più organizzato; ma quali sono le cellule che nel nostro corpo possono avere queste caratteristiche? Le cellule embrionali, che come si sa da tempo sono molto più simili a microorganismi unicellulari che alle cellule che normalmente popolano il nostro organismo. Il mio gruppo ha cominciato ad affrontare questo problema testando l’effetto degli inibitori delle pompe protoniche (PPI) (e.g. omeprazolo, esomeprazolo, lanzoprazolo, rabeprazolo), comunemente usati nel trattamento dell’ulcera gastrica e duodenale. La incredibile concentrazione di H+ nell’ambiente extracellulare inibisce l’ingresso nella cellula tumorale della maggior parte dei farmaci antitumorali ( per lo più basi deboli), e di fatto inibendo la reazione immunitaria. E’ verosimile inoltre che l’acidità tumorale possa interferire con la funzione di tutti i mediatori solubili con potenziale effetto antitumorale. Nostri lavori hanno dimostrato che i PPI sono in grado sia di aumentare la risposta dei tumori ai chemioterapici, sia di inibire la crescita tumorale in vitro ed in vivo. Esperimenti preliminari hanno dimostrato che il trattamento in vivo con esomeprazolo può indurre un aumento del pH del tessuto tumorale, raggiungendo valori comparabili a quelli di un tessuto sano. I dati pre-clinici suggeriscono inoltre che il blocco delle pompe protoniche possa interferire con l’omeostasi delle cellule tumorali, tanto da indurne la morte per stop delle funzioni metaboliche. L’effetto citotossico dei PPI è risultato tumore-specifico, in quanto cellule e tessuti normali (tranne lo stomaco) non possiedono un ambiente sufficientemente acido da attivare i PPI. Abbiamo infatti dimostrato preliminarmente che l’effetto citotossico dei PPI aumenta con il diminuire del pH e che la somministrazione di PPI riduce in vivo l’acidità dei tessuti tumorali. Sulla base di questi risultati pre-clinici sono stati eseguiti e pubblicati alcuni studi clinici che hanno dimostrato che i PPI intanto migliorano l’effetto dei chemoterapici. Gli studi stanno continuando anche con l’uso di potenti tamponi che hanno dimostrato una sorprendente efficacia nel prevenire o controllare la crescita tumorale. Ancor più di recente si sta studiando l’implementazione di tamponi con potenti antiossidanti.

Dott.ssa Debora Rasio
Medico, specialista in Oncologia diagnostica e preventiva, è ricercatrice all’Università “La Sapienza” di Roma e dirigente medico presso l’Azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma

Titolo Relazione: Alimentazione circadiana, microbiota e vitamina D nella prevenzione e trattamento dei tumori.
La revisione condotta dal World Cancer Research Fund di tutti i principali studi mai compiuti sul ruolo dell’alimentazione e dello stile di vita nella prevenzione dei tumori ha concluso affermando che oltre un terzo dei tumori può essere prevenuto seguendo una corretta alimentazione, mantenendo un adeguato peso corporeo ed evitando l’inattività fisica. Le regole base di un’alimentazione sana prevedono una dieta fondata sul consumo di cibi vegetali minimamente processati (cereali integrali in chicchi, legumi, frutta, verdura e frutta secca oleosa) e la riduzione del consumo di cibi ricchi in zuccheri, farine raffinate e oli vegetali trasformati a livello industriale. Le più recenti ricerche dimostrano che è importante non solo cosa mangiare, ma anche quando. Gli esseri umani, in quanto predatori diurni, si sono evoluti rispettando i ritmi di luce e oscurità, predando di giorno e riposando di notte. Il sistema nervoso e le funzioni cellulari sono programmate per funzionare in accordo con i ritmi dettati dall’esposizione alla luce e all’oscurità per cui di giorno prevalgono le funzioni digestivo-metaboliche e di notte quelle riparativo-rigeneranti. Un pasto consumato di giorno ha un effetto sull’assetto ormonale e sulla performance mitocondriale (e la conseguente produzione di specie reattive dell’ossigeno e infiammazione), completamente diverso dallo stesso pasto consumato la sera. La notte è il momento in cui le cellule umane e quelle batteriche – che vivono nel nostro intestino rispettando anch’esse i ritmi di luce e oscurità – svolgono insieme le loro attività di detossificazione e riparo, e queste azioni sono controllate dall’assunzione di cibo. Il digiuno serale e notturno garantiscono: l’attivazione del sistema glinfatico, una “rete” di canali attraverso cui le scorie prodotte durante la giornata dalle cellule del sistema nervoso si mobilizzano per essere convogliate verso lo smaltimento; la produzione di BDNF, un fattore neurotrofico che sostiene e stimola il buon funzionamento dei neuroni e la neuroplasticità; la regolazione del segnale dell’insulina, ormone chiave per la longevità in salute; l’equilibrio del microbiota, l’insieme di cellule batteriche che superano numericamente quelle umane e partecipano attivamente alla nostra salute; la riduzione dello stress ossidativo e della risposta infiammatoria; la regolazione del metabolismo del glucosio e dei lipidi; l’attivazione di cellule staminali per il riparo delle componenti cellulari danneggiate. Alternare fasi di “starvation” a fasi di “refeeding” appare cruciale per la regolazione a lungo termine dei meccanismi di regolazione delle funzioni cellulari. L’esposizione alla luce solare rappresenta un potente strumento di salute non solo per la regolazione dei ritmi circadiani ma anche per l’effetto diretto della luce solare sulle funzioni biologiche, dalla produzione di ossido nitrico a livello vascolare (con riduzione dei valori di pressione arteriosa), a quella di dopamina a livello del bulbo oculare (fondamentale nelle prevenzione della miopia), a quello di serotonina e melatonina a livello del sistema nervoso centrale (con effetti sul tono dell’umore e sul riposo notturno), al riciclaggio del coenzima Q10 – un potente antiossidante – in presenza di clorofilla a livello mitocondriale (una vera e propria fotosintesi operata dagli esseri umani). Da ultimo, ma non per importanza, la produzione di vitamina D, un ormone che controlla l’espressione del 3% del genoma umano e che partecipa in modi fino a pochi anni fa insospettabili alla riduzione del rischio di tumore: inibendo la proliferazione cellulare; stimolando l’apoptosi, un suicidio controllato che le cellule mettono in atto per proteggersi dalla cresciuta incontrollata; contrastando la produzione da parte del tumore di nuovi vasi sanguigni, riducendo la capacità delle cellule tumorali di invadere i tessuti e dare metastasi, attivando l’immunita’ antitumorale. Meccanismi di azione che forniscono una base biologica ai risultati degli studi epidemiologici attestanti una correlazione inversa fra l’esposizione alla luce solare e l’incidenza di ben 19 tipi diversi di tumore.

Dott.ssa Anna Villarini
Biologa, specialista in Scienze della Nutrizione, Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva, Unità di Epidemiologia Eziologica e Prevenzione, Ricercatore presso Fondazione IRCSS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano

Titolo Relazione: Prevenire i tumori con gli stili di vita: il World Cancer Research Fund 2018
Il World Cancer Research Fund (WCRF) assieme all’American Institute for Cancer Research (AICR) ha pubblicato il 24 maggio 2018 il terzo report su dieta, nutrizione, attività fisica e cancro.

Un’analisi completa della ricerca sullo stile di vita e sulla prevenzione del cancro che, conferma i legami tra diagnosi di cancro e dieta, attività fisica e peso. Esperti indipendenti di tutto il mondo hanno esaminato gli studi prodotti nell’ultimo decennio, confrontandoli con quelli dei decenni precedenti, al fine di scrivere raccomandazioni con forti e rigorose basi scientifiche in merito alla prevenzione del cancro.
Le prove attualmente disponibili evidenziano che modificare l’alimentazione, essere più fisicamente attivi e avere un peso corporeo adeguato all’età può contribuire alla prevenzione di quasi il 50% di tutte le diagnosi di cancro.

Sulla base di una revisione di dati provenienti da 51 milioni di persone, inclusi 3,5 milioni di casi di cancro riferibili a 17 tumori, le prove rimangono coerenti con le precedenti analisi condotte nel 1997 e nel 2007 in merito alle quali le persone possono intraprendere modifiche al proprio stile di vita per ridurre drasticamente il rischio di cancro.
“In un momento in cui ogni singolo studio scientifico sembra contraddire quello precedente, è essenziale esaminare l’interezza della ricerca per comprendere l’impatto reale dei vari rischi”, ha dichiarato Kelly Browning, Amministratore delegato dell’AICR. “L’evidenza è chiara: apportare modifiche alla dieta e all’esercizio fisico e mantenere un peso adeguato riduce il rischio di cancro, indipendentemente dall’età.”
Le raccomandazioni possono essere così riassunte:

  • Mantieni un peso sano
  • Sii fisicamente attivo
  • Mangia i cereali integrali, le verdure, la frutta e i legumi
  • Limita i cibi “fast food”
  • Limita la carne rossa e conservata
  • Limita le bevande zuccherate
  • Limitare il consumo di bevande alcoliche
  • Non fare uso di integratori per la prevenzione del cancro
  • Per le madri: allatta il tuo bambino, se puoi
  • Dopo la diagnosi di cancro segui i consigli precedenti, se puoi.

Dott. Flavio Burgarella
Medico specialista in Cardiologia, Responsabile del Centro di Riabilitazione Cardiologica di San Pellegrino Terme (BG)

Titolo Relazione: La Fisica Quantistica nella pratica clinica
Mentre nella fisica classica lavoriamo nella dimensione spazio-tempo secondo il principio di causalità, nella fisica quantistica il mio lavoro di ricerca in medicina si svolge con i campi biofisici umani che rispondono alle leggi della risonanza e si svolge in una dimensione dove al principio di causalità viene sostituito il principio di coerenza. David Bohm riteneva che la coscienza fosse presente in tutta la materia e fosse l’artefice della dimensione spazio – temporale, rappresentando l’entità formativa delle manifestazioni. Dunque se la coscienza si sposta nel passato, il passato diviene presente; se si sposta nel futuro, porta il presente con sé. Il cervello legge le informazioni energetiche che riceve e le converte in schemi di interferenza per poi trasformarle in immagini tridimensionali. Per far sì che l’interferenza sia tale da cambiare l’espressione genica generata dall’intenzione, deve avvenire un processo di trasformazione. Tale prospettiva ci proietta nel campo della Scienza delle Possibilità Quantiche, dove è possibile portare nella pratica i principi della fisica quantistica, in particolare l’Entaglement, che nella mia esperienza è indotto dal movimento orario e antiorario del campo del cuore, la Discontinuità, intesa come possibilità di passare da uno stato quantico all’altro senza transitare attraverso stati intermedi e la Gerarchia Intrecciata, presente in quello stato di coscienza in cui non c’è differenza tra me e l’altro da me. Per ottenere la trasformazione è necessario dimorare nello spazio tra due pensieri, nella consapevolezza del nulla, equivalente alla Pura Consapevolezza, che rappresenta l’”Osservatore” e utilizzare il senso percettivo e la ”seconda attenzione” educati alla percezione dei campi magnetici della persona con la quale si entra in relazione. Secondo i Veda la Percezione è uguale alla Manifestazione e per il biologo Bruce Lipton la Percezione è uguale alla Credenza: se cambio la Credenza posso cambiare dunque la Percezione e di conseguenza la Manifestazione. Nella mia esperienza ciò avviene attraverso un pattern vibrazionale, sulle note dell’intenzione, che impatta l’antenna ricetrasmittente del DNA con un linguaggio semantico. Le istruzioni ricevute vengono successivamente inviate alla parte codificante del DNA che produrrà la quantità di proteine necessarie per modificare l’espressione genica.

Prof. Enrico Facco
Studium Patavinum, Università di Padova, Science of Consciousness Research Group – Dip. Di Psicologia – Università di Padova Specialista in Anestesiologia e Rianimazione e in Neurologia Esperto di ipnosi clinica, agopuntura e terapia del dolore.

Titolo Relazione: L’enigma della Coscienza e della relazione mente-cervello-realtà. Le esperienze di premorte (Near-Death Experiences, NDEs) sono definite come il ricordo di impressioni verificatesi in condizioni critiche con perdita di coscienza, comprendenti elementi quali l’esperienza di uscita dal corpo, la visione di un tunnel con o senza una luce al fondo, di parenti deceduti, l’incontro con entità superiori e una revisione della propria vita in un clima di profonda serenità e benessere. L’aspetto più critico e imbarazzante è il loro contenuto trascendente, che la cultura dominante tende a priori a considerare come fenomeno allucinatorio, mera espressione di un disordine cerebrale organico.

Sono oggi disponibili diverse interpretazioni scientifiche, comprendenti: a) Ischemia retinica concentrica come trigger della visione del tunnel; b) alterazioni elettrolitiche intracellulari; c) liberazione di oppioidi endogeni; d) delirium; e) relazione con i recettori per gli allucinogeni; f) epilessia del lobo temporale; g) alterazioni della giunzione temporo-parietale destra; h) attività cerebrale residua durante arresto cardiaco; i) intrusioni di sonno REM; l) aspettative dell’aldilà. Tuttavia tutte queste interpretazioni rimangono ancora ipotesi senza alcuna dimostrazione, mentre alcune di esse sono confutabili sulla base di altri fatti noti; inoltre la loro fenomenologia è del tutto diversa a quella del delirium osservabile in terapia intensiva. Singoli casi rigorosamente documentati nella letteratura scientifica internazionale hanno infine dimostrato la possibilità di percepire correttamente i fatti accaduti nella sala di rianimazione durante l’arresto cardiaco nell’ambito di un’esperienza di uscita dal corpo.

Un ampio corpo filosofico e letterario contempla fin dall’antichità il momento del trapasso e il periodo immediatamente successivo con alcuni elementi che ricordano quelli oggi ben descritti nella letteratura scientifica sulle NDE, dal Libro dei Morti egiziano, al Bardo Throtol (il Libro Tibetano dei morti) al mito di Er di Platone (Repubblica X, 614-621), mentre cenni sulla visione della luce o sulla revisione della propria vita si trovano nella letteratura da Omero, a Dickens fino a Milan Kundera.

Le NDE costituiscono dunque un argomento complesso quanto affascinante, ancora tutt’altro che compreso e dotato di profonde implicazioni epistemologiche; la loro fenomenologia infatti sfida le attuali conoscenze scientifiche sulla fisiologia del cervello e della mente, ponendo nuovi quesiti sulla natura, sulla fisiologia e sulla fisiopatologia della coscienza e della psiche, sull’ancora misteriosa relazione mente-cervello e sulla relazione mente-realtà.

Prof. Fabio Fracas
Fisico e ricercatore. Università di Padova. Già Graduate Research Assistant presso la Florida Atlantic University.

Titolo Relazione: Ipotesi quantistiche nei processi biologici e cognitivi
La mia relazione sarà composta da due parti distinte ma collegate fra loro.
Nella prima, al termine di una veloce analisi dei più interessanti principi della Fisica Quantistica – necessaria sia per porre le basi della terminologia che verrà successivamente utilizzata, sia per chiarire esattamente l’ambito dell’intervento – affronterò il tema di come alcune logiche di tipo quantistico siano state (a detta degli autori delle ricerche) evidenziate in altrettanti processi biologici. In particolare, discuterò la letteratura prodotta sulla capacità di orientamento nelle specie migratorie e non migratorie.
Nella seconda parte, dedicata alle ipotesi quantistiche attualmente formulate per spiegare i fenomeni neurologici alla base del pensiero e della coscienza, esporrò in particolare la Teoria Orch-OR proposta dal matematico Roger Penrose e dal medico anestesista Stuart Hameroff, nel 1994, all’interno della pubblicazione “Ombre della mente”. In un’ottica di confronto, verranno evidenziati sia i contribuiti a favore sia quelli contrari alla teoria stessa. Fra questi ultimi, citerò specificatamente il lavoro del fisico e cosmologo Max Erik Tegmark. Per concludere, introdurrò il concetto di “modello quantistico della mente” applicato alle modalità di pensiero, riportando gli studi realizzati sulla percezione, sui giochi e sulla memoria.

Ing. Andrea Gadducci
Ingegnere Elettronico esperto in Biomedica ed in metodiche e tecnologie Quanto-Biofisiche, Co-Founder di Bio-t – Tecnologie per la Vita, Co-ideatore del Congresso MEDCAM – Congresso Internazionale delle Medicine non convenzionali, complementari ed integrate

Titolo Relazione: Comunicazione Morfogenetica Quantica dei sistemi viventi. Coscienza, Informazione, Energia, Materia: il modello C.I.E.M. come passo per una visione integrata dell’uomo e della salute.

Il modello C.I.E.M vuole essere una riflessione sull’esistenza di almeno quattro bio-campi, Coscienza Informazione, Energia e Materia, come base minima di comprensione della struttura della realtà. Lo scopo del modello è di portare attenzione e consapevolezza sul fatto che ognuno di questi bio-campi non solo esiste, ma ha anche leggi ben precise che lo regolano, che ne permettono una analisi ed una interazione specifica con esso. Se un terapeuta vuole fare una analisi/diagnosi su un cliente/paziente, di certo deve comprendere che per completezza non può prescindere dal farla considerando tutti e quattro questi piani essendo ognuno interdipendente dall’altro. Avrà quindi bisogno di strumenti idonei e di tecniche opportune a seconda del caso, altrimenti, senza accorgersene, lascerà al caso le interazioni con ogni bio-campo a lui non noto. Sebbene la parte più studiata oggi sia la materia e poco si sappia dell’energia del corpo, di informazione e coscienza si parla poco sebbene rappresentino la parte più interessante e potente della persona. E’un fatto che la coscienza sia studiata oggi più che mai per cercare di comprenderne la natura e le interazioni con la realtà. Di per certo, con esperimenti ben precisi svolti per anni a livello universitario, oggi se ne può correlare l’attività, ad esempio, con fenomeni di modificazione di segnali aleatori prodotti da apparecchiature elettroniche come i REG, Random Event Generator; questi sono antenne molto particolari fatte di semiconduttori che producono segnali aleatori il più possibile tendenti al rumore bianco; ad oggi sono installati in tutto il mondo per osservare il funzionamento della coscienza collettiva e dei suoi andamenti (vedi il Global Consciousness Project) cercando di codificare un linguaggio di comunicazione che, in modo molto fuori dal comune, lavora in modalità sincrona ed in tempo reale. Al fine di comprendere meglio questa interazione uomo-coscienza-macchina, presenterò l’ipotesi di un universo olografico e di come l’Informazione possa strutturarsi in un modo molto particolare, al fine di determinare la realtà che ci circonda. Fin dai tempi più antichi, con tecniche un tempo oracolistiche o di credenza, il mondo dell’informazione e delle probabilità di determinare una realtà piuttosto che un’altra, ha rappresentato un fascino incredibile per molti ed oggi é diventato parte integrante dell’osservazione scientifica, del modello stesso dell’atomo, condivisa e sperimentabile. Sarà per questo mia premura introdurre il progetto P.E.A.R. dell’università di Princeton e le sue implicazioni pratiche, mettendovi al corrente di come tecnologie moderne usino tali conoscenze per analizzare correlazioni con informazioni prodotte dalla coscienza umana. Grazie a questi studi è possibile capire come tutto questo possa aiutare a sviluppare una consapevolezza individuale e collettiva sul piano diagnostico e terapeutico integrato. A mio avviso, queste interfacce saranno il mezzo più utile nel breve termine per lavorare sul nostro inconscio e sul nostro progresso evolutivo individuale e collettivo ed ancor di più lo è il know how correlato alla comprensione di come, in realtà, sia possibile passare dal piano della coscienza per compiere operazioni assai più interessanti di quelle operate nella materia, operazioni anche non locali, fatte da coscienza a coscienza, da medico a paziente, da paziente a paziente esattamente in linea con il principio della fisica quantistica per cui ogni osservatore influenza la realtà che osserva e ne è parte integrante, così il medico diventa parte integrante di tutte le osservazioni che opera quando decide di aiutare un paziente creando una relazione terapeutica unica e irripetibile dove il protocollo diventa un metodo, un modo per creare ogni volta un percorso unico con cui guida il paziente fuori dalla patologia verso la salute, verso il benessere. Spingendomi poi ancora più in là, lascio a voi una domanda: se siamo tutti collegati fra noi e con il tutto, siamo veramente in grado di separare ciò che facciamo in materia da ciò che facciamo in coscienza? Quanta parte di coscienza esiste in un atto medico? Quanta parte nella somministrazione di un placebo? Vi porterò esperienze pratiche di lavoro quotidiano con decine di terapisti in tutto il mondo, in questa dimensione di coscienza e consapevolezza, che di sicuro riscontrerete anche nel vostro quotidiano magari in contesti più semplici ma di per certo noti e osservabili, visto che tutti siamo “Coscienza”.

Prof. Carlo Ventura
Medico, specialista in Cardiologia e Ricerca in Biochimica

Titolo Relazione: Nanomeccanica Vibrazionale e Comunicazione Cellulare: Nuove Prospettive in Medicina Rigenerativa
Noi siamo parte delle vibrazioni elettromagnetiche e sonore dell’Universo in cui siamo immersi. Diviene sempre più evidente che le nostre cellule producono vibrazioni meccaniche. E’ ora chiaro che ogni caratteristica fondamentale della vita cellulare è regolata in maniera ritmica. Si pensi alle oscillazioni citoplasmatiche del calcio, al fatto che i livelli di mRNA espressi dai vari geni oscillino di continuo come un orologio circadiano e che i ritmi e le pause dell’espressione genica rappresentino informazioni essenziali per la biologia cellulare. All’interno delle cellule particolari strutture, i microtubuli, formano un network in continua oscillazione e movimento. Su questa rete altamente dinamica si spostano di continuo “motori molecolari” capaci di trasportare molecole segnale. L’oscillazione di questa rete elastica e delle molecole che su di essa compongono un traffico incessante rappresentano un processo informazionale, in cui diversi ritmi oscillatori tendono a sincronizzarsi per generare i messaggi che regolano le dinamiche cellulari. E’ come se le cellule avessero una sorta di firma vibrazionale del loro stato di salute o di sofferenza, o della loro capacità di differenziarsi se parliamo di cellule staminali. I microtubuli cellulari non sono tuttavia soltanto degli oscillatori meccanici: infatti, con le loro intrinseche modalità di vibrazione e polarità elettrica, risultano in grado di generare campi elettrici ad alta frequenza con caratteristiche di irraggiamento. Questo campo oscillante appare essere di grande importanza per l’organizzazione intracellulare e l’interazione intercellulare. In una gran varietà di cellule è stata sperimentalmente rilevata una attività elettrodinamica nella regione di frequenze comprese fra KHz e GHz, dimostrando come i microtubuli siano la fonte di tale attività. Sono state addirittura rivelate proprietà di commutazione di livelli di memoria nei profili di conduttività elettrica a livello di singoli microtubuli in vitro.
Nel nostro laboratorio la vibrazione meccanica, anche di natura acustica, sta risultando essere una informazione estremamente efficace per dirigere i destini delle cellule staminali.
All’incirca ogni tre mesi noi rigeneriamo la maggior parte del nostro corpo! Quindi il nostro organismo ha una intrinseca capacità di rigenerazione e noi siamo naturalmente orientati verso l’autoguarigione. Grazie al potere diffusivo delle vibrazioni sonore ed elettromagnetiche saremo molto presto in grado di utilizzare queste energie per raggiungere selettivamente le cellule staminali dove già si trovano, residenti in ogni tessuto del corpo umano (tissue-resident stem cells). Questo ci potrà aiutare ad abbassare la soglia di autoguarigione, sviluppando una medicina rigenerativa che non abbia più bisogno del trapianto di cellule e tessuti.

Dott.ssa Simonetta Bernardini
Medico specialista in Pediatria ed in Endocrinologia, iscritta agli elenchi speciali di Omeopatia, è responsabile del Centro ospedaliero di Medicina Integrata dell’Ospedale di Pitigliano, è Presidente della SIOMI Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata

Titolo Relazione: La medicina Integrata: risultati di otto anni di sperimentazione all’ospedale di Pitigliano
Il centro di Medicina integrata dell’ospedale di Pitigliano rappresenta il primo ospedale in Italia dove si pratica l’omeopatia e l’agopuntura per i cittadini ricoverati secondo un setting ospedaliero definito di Medicina Integrata. La sperimentazione, avviata nel 2011, si è estesa anche al centro di riabilitazione neurologica ortopedica di Manciano e dal 2015 anche alla U.O. di Cure palliative dell’ ospedale Misericordia di Grosseto. Oltre alla sperimentazione in corsia si aggiungono gli ambulatori di medicina complementare nei due ospedali i del Misericordia e di Pitigliano che hanno ad oggi effettuato oltre 26.000 visite. Nel corso della relazione verranno riportati i principali outcome della sperimentazione oggetto già di alcune pubblicazioni scientifiche. in particolare i dati relativi alle ricerche scientifiche riguardanti l’efficacia della Medicina Integrata in: oncologia, riabilitazione neurologica e ortopedica, nello stroke e nella protesi di anca e ginocchio; nelle allergie, nel dolore cronico, etc..

Verrà inoltre dimostrato come l’apertura di un servizio di Medicina Integrata in una zona di periferia aumenti molto l’ingresso in queste medicine della popolazione fragile: gli anziani privi di grado di istruzione elevato e di condizioni economiche medio elevate. Quindi la dimostrazione che in Italia, a differenza di quanto rivelato da ISTAT, c’è una discriminazione di accesso alle cure in medicina complementare avendo ISTAT censito non tanto chi ne ha bisogno ma chi può permettersele.

Dott. Leonardo Frisari
Medico specialista in Chirurgia Pediatrica ed esperto in Chirurgia Tropicale e delle Emergenze Umanitarie. Opera presso l’Ospedale Maggiore di Bologna ed è Operatore Umanitario attivo di Medici senza Frontiere.

Titolo Relazione: L’azione di MSF in contesti di emergenza
Dopo una breve presentazione della ONG, Medici Senza Frontiere, viene mostrata, con immagini riprese sul campo, la esperienza del relatore, come chirurgo, in contesti di guerra e in altri contesti particolarmente difficili e a risorse limitate(Siria, Iraq, Haiti, Gaza, Congo, Yemen ed altre).
L’attività chirurgica è una parte delle numerose azioni che MSF svolge in favore delle fasce deboli delle popolazioni coinvolte da catastrofi naturali( terremoti, inondazioni, epidemie, migrazioni forzate ) o da eventi bellici.

Prof. Guido Giarelli
Sociologo e Professore di “Sociologia generale e della salute” presso l’Università ‘Magna Græcia’ (CZ), Vice-President of ISA RC15 Sociology of Health

Titolo Relazione: Narrare la complessità epistemologica del sapere medico
Aveva suscitato molte speranze il movimento per la Evidence-based Medicine (EBM) creato a partire dagli inizi degli anni ’90 da un gruppo di epidemiologi clinici canadesi della McMaster University di Hamilton e diffusosi poi in maniera sempre più ramificata nell’ambito della biomedicina contemporanea a livello internazionale. È così che, quello che era stato annunciato dai suoi creatori come un vero e proprio nuovo «paradigma per la pratica medica», è riuscito a diffondersi con la celerità di un ciclone, anche grazie all’entusiasmo incontrato in gran parte delle élite della medicina accademica, che ne hanno fatto parte integrante delle proprie strategie di ricerca, editoriali e didattiche in molte università nordamericane, europee e oceaniche.

Eppure, a distanza di ormai oltre due decenni, possiamo rilevare che gran parte delle speranze che tale brillante avvio aveva suscitato si sono rivelate delle illusioni: pur evidenziando gli effetti positivi introdotti nella cultura clinico-assistenziale delle professioni medico-sanitarie con la nascita della Cochrane Collaboration, la definizione di standard per la pubblicazione degli studi, l’istituzione di strutture nazionali e internazionali dedicate alla produzione e diffusione di linee-guida, lo sviluppo di metodi e strumenti per migliorare la valutazione critica della letteratura scientifica e, più in generale, l’aver introdotto la componente scientifica nei processi decisionali, il movimento EBM sta attraversando una crisi significativa, della quale si identificano le diverse cause e la loro origine storica al fine di proporre una strategia alternativa di integrazione con la cosiddetta «medicina narrativa», ritenuta più adeguata ad affrontare la sfida della complessità che il problema della salute/malattia ed il lavoro clinico comportano.

Un modello epistemologico di tipo connessionista e multidimensionale dei diversi livelli di realtà viene infine proposto applicandolo al sapere medico per cercare di superare il dualismo cartesiano mente/corpo e le conseguenze rilevanti per la medicina occidentale che esso ha comportato per quanto riguarda in particolare la concezione del corpo ed il rapporto fra i movimenti del corpo e le percezioni della mente (sensazioni, emozioni).

Prof. Giovanni Abbate Daga
Medico specialista in Psichiatria, Professore associato presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino, è Direttore del Master di I livello in PNEI – Psiconeuroendocrinologia che si tiene presso l’Università di Torino

Titolo Relazione: Psichiatria e Medicina Integrata: la complessità dei Disturbi del Comportamento Alimentare
L’Anoressia Nervosa è un disturbo mentale che si associa ad un grave stato di malnutrizione con sequele somatiche, psichiche e comportamentali. A tutt’oggi è il disturbo mentale con più alta mortalità in adolescenza. Spesso per lungo periodo chi ne soffre si oppone alle cure.

Per la sua natura, l’anoressia nervosa è una malattia che sottolinea la stretta connessione tra mente-cervello e corpo: sul piano psichico la negazione del corpo produce una frattura tra corpo oggetto e corpo vissuto, sul piano organico la malattia del corpo impatta significativamente sul funzionamento mentale. Se da un lato si pone la complessa problematicità dell’identità, dall’altro è evidente quanto la nutrizione sia intimamente connessa con la salute mentale.

Nella pratica clinica la cura del disturbo non può che essere multidisciplinare nella cornice concettuale dell’agire secondo i principi della medicina integrata.

La relazione passerà in rassegna alcune alterazioni del sistema immunitari, del sistema neuroendocrino ed il sistema metabolico-nutrizionale ed il loro ruolo nella patogenesi come fattori di predisposizione e come fattori di mantenimento. Tale alterazioni dei sistemi verranno poi analizzati in una prospettiva più ampia ove l’anoressia nervosa può essere intesa come una fondamentale difficoltà a riconoscere ed integrare tra loro stimoli propriocettivi ed esterni spesso conflittuali e contradditori, in linea con alcuni modelli neuroscientifici dell’ultimo decennio. Tali modelli ipotizzano che chi soffre di anoressia abbia difficoltà a riconoscere gli stimoli corporei – alimentari e non – a fronte di un’eccessiva attivazione cerebrale rispetto agli stimoli visivi e/o rispetto alla valutazione delle conseguenze future delle azioni motivate dagli stimoli stessi.

Ciò può essere messo in relazione con il punto di vista degli psicopatologi che rileva come elemento centrale nella patogenesi dell’anoressia nervosa un mancato sviluppo del “Sé corporeo” e ed una ridotta capacità di essere consapevoli delle proprie percezioni, dei propri pensieri e delle proprie emozioni.

Prof. Silvano Tagliagambe
Professore emerito di Filosofia della scienza dell’università di Sassari. Direttore delle collane “Filosofia della scienza” dell’Aracne editrice e “Didattica del progetto” dell’editore Franco Angeli.

Titolo Relazione: Il corpo, la mente e la strategia dello sguardo. Ecografia e ipnosi: lo sguardo del paziente alla luce della fisica quantistica e della teoria della complessità.
Tema della relazione è la riflessione sul concetto di immagine, considerata non tanto come cosa vista di cui prendere atto passivamente, ma come disponibilità attiva a vedere (Strategia dello sguardo), che va destata e sviluppata e che acquista una profonda capacità trasformativa.

Alla base di questa trasformazione del concetto di immagine c’è la nozione di affordance o risorsa, introdotta nel 1979 da James J. Gibson per descrivere il rapporto reciproco tra un organismo vivente e il suo ambiente, divenuta ormai uno dei cardini delle neuroscienze. Secondo Gibson la percezione visiva di un oggetto comporta la selezione delle proprietà intrinseche che ci consentono, di volta in volta, di interagire con esso. Queste non sono delle proprietà fisiche astratte, ma incarnano delle opportunità pratiche che l’oggetto, per così dire, offre di volta in volta all’organismo che lo percepisce”. Ciò significa che lo stesso oggetto viene visto in modi diversi a seconda del contesto in cui è inserito, del modo in cui lo si guarda e delle opportunità alle quali vengono associate la sua percezione e l’interazione con esso. A questa prima consapevolezza se ne associa subito un’altra, strettamente legata a essa: l’idea che il nostro corpo sia un luogo di molteplici possibilità di percezione e di azione, evocate di volta in volta non solo dalle specifiche caratteristiche degli oggetti e/o delle situazioni, ma dal modo in cui si interagisce con essi, dal tipo di relazione che viene attivata.

In questo quadro epistemologico va inserita una sperimentazione sull’uso combinato dell’ipnosi e dell’ecografia. L’ipnosi è una modalità comunicativa e relazionale che stimola la realizzazione di uno stato modificato di coscienza, grazie al quale si consegue una riabilitazione cognitiva somatica e comportamentale funzionale a una condizione di equilibrio e benessere. La sua premessa è che il paziente possieda nel suo corpo molteplici risorse intrinseche che possono essere recuperate e utilizzate per affrontare situazioni problematiche e per risolvere sintomi e situazioni patologiche. Si tratta di destare e attivare queste risorse mettendo il paziente in condizione, attraverso un’alleanza terapeutica con il medico, di riuscire a operare uno spostamento dell’attenzione che gli consenta di superare le paure associate a situazioni considerate potenzialmente minacciosa e dolorose e di coglierne le opportunità positive, orientate verso il raggiungimento di un obiettivo vantaggioso e benefico. Sta qui l’essenza dell’atto medico dell’ipnosi clinica: creare esperienze innovative e utili attraverso strategie basate sulla focalizzazione dell’attenzione, sull’attivazione delle capacità che le persone di solito possiedono, senza esserne consapevoli, e sulla loro amplificazione, attraverso la realizzazione di potenti immagini mentali con il loro significato plastico. Se l’ipnosi opera con immagini mentali che vengono evocate e attivate e ha a che fare soprattutto con le risorse dell’immaginazione l’ecografia fa riferimento alle immagini reali prodotte dalle apparecchiature di diagnostica e le utilizza a fini terapeutici. L’efficacia di questo processo è comprovata dai benefici che il paziente trae ad esempio dalla visualizzazione ecografica dei suoi organi associata all’Ipnosi clinica nel trattamento di alcune patologie internistiche. L’associazione Ipnosi Clinica – Ecografia rappresenta una nuova e affascinante applicazione clinica della Diagnostica ecografica.

Prof.ssa Daniela Lucangeli
Psicologa, Professore Ordinario di Psicologia dello sviluppo. Prorettore per le attività di orientamento, tutorato e rapporti con le istituzioni scolastiche dell’Università degli Studi di Padova

Titolo Relazione: Digitale SI, Digitale NO: conosciamo davvero gli effetti del Digitale sui processi maturazionali del Neurosviluppo?
Nell’arco degli ultimi anni le evidenze scientifiche sugli effetti del Digitale sui processi maturazionali dell’intelligenza umana hanno delineato un panorama complesso di variabili che rendono molto difficile poter rispondere alla domanda che anche qui ci poniamo: conosciamo davvero gli effetti del Digitale sui processi maturazionali del Neurosviluppo?

Una prima riflessione riguarda la differenza fra tecnologia multimediale e tecnologia digitale.

Se infatti molte sono le evidenze dell’efficacia della multimedialità sull’apprendimento nei suoi processi cognitivi di base (Memoria, Attenzione, Pianificazione, Metacognizione, ecc) (Ting, 2015; Lin, Chiang, Chu, Sun, 2015; McCarroll, Curran, 2014) molte sono anche le evidenze che mettono in guardia dal rischio di “interferenza” della tecnologia digitale con il connettoma e il suo sviluppo (Akdag, Dasdag, Canturk, Karabulut, Caner, Adalier, 2016; Byun, Ha, Kwon, Hong, Leem, Sakong, & Kim, 2013; Divan, Kheifets, Obel, & Olsen, 2008).

Occorre perciò ricordare che il digitale implica l’uso della rete e la rete apre scenari di ricerca ampi e diversi tra loro che convergono però tutti su un punto fermo: è essenziale conoscere le problematiche e i rischi che la rete porta con sé. Dal delicato tema dei Big Data alle alterazioni del sistema dopaminergico (Giedd, 2012; Choudhury, 2013; Berridge, Robinson, 1998), ai disturbi del sonno provocati dall’essere sempre connessi (Toda, M., Nishio, N., Ezoe, S., Takeshita, T., 2015), fino ai disturbi d’ansia (Lee, Kim, Kim, Kown, Kim, Cho, 2008; Lepp, Barkley, Karpinski, 2014) e alla possibile insorgenza di effetti depressivi (Lemola, Perkinson-Gloor, Brand, 2015; Morgan, Cotten, 2003; Yang, 2016)

Prof.ssa Donatella Caramia
Medico specialista in Neurologia, Professore Associato di Neurologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, Docente in Psicologia della Musica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata”

Titolo Relazione: Neurologia Umanistica: applicazioni cliniche e nuove prospettive di integrazione