Ma tre su quattro temono il futuro e vogliono l’Ordine professionale.
Prima indagine sulla professione in occasione del “compleanno” dell’AIFI.
Sette fisioterapisti su dieci sono soddisfatti del proprio lavoro e lo consiglierebbero ai giovani. Oltre due terzi investono in formazione e vorrebbero percorsi formativi più approfonditi e specializzati.
Ma non sono soddisfatti di come viene gestita, a livello politico e istituzionale, la professione. Al centro dell’attenzione i mutamenti del profilo sociale e culturale del fisioterapista, i paradigmi scientifici, le relazioni con le altre professioni mediche e sanitarie, le problematiche occupazionali. Il 75% mette come prioritario l’ottenimento di un vero Ordine professionale e vorrebbe una tutela contro l’abusivismo, ma molti puntano anche a una definizione europea comune del fisioterapista e allo sviluppo scientifico della professione.
Sono questi alcuni dati presentati sabato 7 giugno, in occasione del 55° anniversario della fondazione dell’Associazione italiana fisioterapisti (Aifi), risultato di un’ampia ricerca svolta sulla figura del fisioterapista in Italia. Commissionata dall’Associazione e realizzata dall’équipe del Laboratorio Paracelso dell’Università di Ferrara, è la prima indagine di ampiezza nazionale sulla figura del fisioterapista nel nostro Paese.
«I professionisti che servono oggi, ed ancor di più quelli che dovranno reggere il confronto con le sfide di domani – sottolinea Antonio Bortone, presidente dell’Aifi – devono avere un livello di preparazione alto e sempre più specifico. Vi è la necessità, infatti, di confrontarsi con contesti di salute molto più complessi e profondamente cambiati rispetto a quelli di vent’anni fa quando si è avviata la formazione universitaria triennale». L’indagine «ha messo in risalto proprio questo nuovo sistema – sottolinea Bortone – nonché diversi contesti, scenari e prospettive future. In due punti: rispondere in maniera più adeguata alle attuali esigenze di cura e salute, centrate soprattutto sulla persona considerata nella sua globalità, inserita nel contesto sociale; riprogrammare la formazione, intesa come il primo elevato segmento di un’educazione che, dovendo durare nel tempo, fornisce conoscenze che lo studente acquisisce in questa fase dando giusta importanza all’autoapprendimento, alle esperienze negli ambiti sanitari ospedalieri e nel territorio, all’epidemiologia, per lo sviluppo del ragionamento clinico e della cultura della prevenzione».
Dai dati «emerge che l’identità operativa, ossia le competenze possedute, è piuttosto consensuale e condivisa nella categoria – aggiunge Bortone – ma, oltre alla sofferenza per l’identità formale non conclusa, cioè l’Ordine, si assiste a una certa differenziazione sui passi da fare per un completamento. Uno dei punti dolenti è quello del riconoscimento: si ritiene che questo derivi soprattutto dai pazienti, ma sia limitato, in termini di conoscenza e apprezzamento, soprattutto da parte dei medici e delle Direzioni aziendali».