MUSICOTERAPIA: COME AGISCE SUL NOSTRO CERVELLO

MUSICOTERAPIA: COME AGISCE SUL NOSTRO CERVELLO

2019-06-12T09:56:32+00:00 12 Giugno 2019|

La Musicoterapia consiste nell’uso della musica e/o dei suoi elementi (suono, ritmo e armonia) per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la mobilizzazione, l’espressione, l’organizzazione. Tra i principali obiettivi terapeutici della musicoterapia c’è sicuramente quello di assolvere i bisogni fisici, emotivi, mentali, sociali e cognitivi di un soggetto in stato depressivo. La musicoterapia si pone come scopo quelli di sviluppare potenziali e/o riabilitare funzioni dell’individuo in modo che egli possa ottenere una migliore integrazione intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita.

Nello specifico dal punto di vista terapeutico, la musicoterapia è una disciplina paramedica che usa il suono, la musica e il movimento per produrre effetti regressivi e per aprire canali di comunicazione che ci mettano in grado di iniziare il processo di recupero del paziente. Nei soggetti in stato depressivo e ansiogeno si utilizza quella che viene definita Musicoterapia comportamentale e cognitiva. Nel dettaglio, questa utilizza tecniche attive e ricettive: il modello prevede l’impiego di rinforzi positivi e negativi; strategie quali l’esposizione, l’estinzione e la desensibilizzazione; tecniche di rilassamento e giochi di ruolo finalizzati alla modificazione del comportamento cognitivo. L’elemento sonoro-musicale serve da stimolo e da struttura che organizza la dimensione temporale ed il movimento corporeo.

I metodi di educazione musicale sono stati applicati effettivamente in un contesto comportamentista e la musica quindi, viene usata come terapia, rinforzo, suggerimento esterno e come un’esperienza di apprendimento musicale, dando così l’opportunità di modificare comportamenti ansiogeni e depressivi.

Allo stesso tempo la Musicoterapia consente di promuovere processi espressivi-comunicativi relazionali, aiutando a rafforzare la ‘riserva cognitiva’. Nonostante il deterioramento cognitivo della persona infatti, le competenze musicali di base, quali intonazione, sincronia ritmica e senso della tonalità permangono integre. Questo permette un dialogo attraverso il suono, la melodia ed il ritmo, fondamenti essenziali di tutte le proposte musicali.

I risultati di una ricerca condotta nel 2014 dai ricercatori dell’Università della California del Sud su 435 coppie di gemelli, indicano che suonare uno strumento riduce le probabilità di sviluppare una demenza senile, a prescindere dal sesso, dalla salute o dalla forma fisica degli individui. Nei pazienti con Parkinson invece, abbinare i passi a stimoli ritmici esterni può portare a dei miglioramenti motori a lungo termine, come una camminata più veloce o dei passi più lunghi e sicuri.

Nel dettaglio, il mezzo sonoro-musicale sembra essere una via per stimolare le parti sane del cervello di questi pazienti, coinvolgerli in attività gratificanti e un aiuto a riorientarli alla vita. Nonostante le difficoltà dovute al deterioramento cognitivo, il mezzo sonoro-musicale costituisce una via privilegiata per arrivare direttamente al cuore e per stimolare le parti sane del cervello delle persone interessate. L’obiettivo primario è creare un ponte, un collegamento che permetta di entrare nel mondo in cui il soggetto tende a chiudersi, creando una relazione di fiducia, di scambio ed un metodo comunicativo.

Inoltre, la capacità di ascolto, la sintonizzazione e la flessibilità creativa sembrano essere capacità o attitudini indispensabili per donare effetti positivi sulla salute e alleviare le sofferenze di chi è affetto da disturbi dell’umore, disagio psichico, depressione, demenza e malattie neurodegenerative.

Se ti è piaciuto l’articolo aiutaci a crescere! Metti Like sulla nostra pagina Facebook e condividi!

Fonte:

CHANG FY, HUANG HC, LIN LC (2010): “The effect of a music program during lunchtime on the problem behaviviour of the older residents with dementia at an institution in Taiwan.”. Journal of Clinical Nursing; 19: 939-48

Autore:

Biologa specializzata in Scienze molecolari, cellulari e fisiopatologiche