Cinque nuovi studi pubblicati sulla rivista “Nature” ampliano il numero dei tumori conosciuti che rispondono alle immunoterapie e aumentano le conoscenze che permettono di anticipare il livello di risposta della malattia ai trattamenti. Thomas Powles, del Barts Cancer Institute, Roy S. Herbst, dello Yale Comprehensive Cancer Center, Paul C. Tumeh, della University of California Los Angeles (UCLA), Mahesh Yadav, dello Genentech, Matthew M. Gubin, del Department of Pathology and Immunology e colleghi, gli autori delle nuove scoperte.

Thomas Powles e colleghi e Roy S. Herbst e colleghi ampliano l’applicabilità e la sicurezza dell’uso di anticorpi che bloccano le vie immuno-inibitorie su pazienti colpiti rispettivamente da carcinoma della vescica uroteliale, e da tumore del polmone non a piccole cellule, carcinoma renale, carcinoma a cellule squamose della testa e del collo, cancro colorettale e dello stomaco, anche se risultati duraturi della terapia sono stati riscontrati solo su un sottogruppo dei soggetti trattati.

A questo sottogruppo – hanno mostrato sia Herbst e colleghi sia, in un altro studio, Paul C. Tumeh e colleghi – appartengono i soggetti nei quali il sistema immunitario aveva fatto in tempo a riconoscere l’iniziale sviluppo del tumore prima che questo riuscisse a bloccarne la risposta immunitaria. Inoltre, Tumeh e colleghi hanno anche dimostrato che analizzando i linfociti T CD8+ è possibile rilevare la presenza di un marcatore biologico che segnala se ciò è avvenuto o meno. Questo marcatore rappresenta quindi un utile predittore dell’efficacia della terapia immunologica.

Negli ultimi due articoli, Mahesh Yadav e colleghi e Matthew M. Gubin e colleghi si sono concentrati sulle caratteristiche degli antigeni che permettono l’innesco dell’inibizione della risposta immunitaria e degli antigeni tumorali che potrebbero comunque scatenarla perché fortemente immunogenici. In questo modo hanno scoperto che essi sono codificati da geni la cui mutazione difficilmente contribuisce allo sviluppo del cancro e hanno confermato l’ipotesi, già da tempo avanzata, secondo cui cambiamenti nel livello di immunogenicità delle cellule tumorali possono derivare da mutazioni “secondarie”, che però potrebbero in prospettiva diventare un ulteriore obiettivo delle terapie immunologiche.

 

Fonte: “Le Scienze

 

Gli studi su “Nature”: