omeopatiaUno studio, pubblicato dal Lancet nel 2005, asseriva che l’Omeopatia fosse equivalente al placebo, scatenando una forte polemica nel mondo medico ed in quello scientifico; ancora più critico fu l’editoriale dello stesso fascicolo intitolato “La fine dell’Omeopatia”. Si tratta di studi di vecchia data che sono stati soggetti però a numerose analisi nel corso degli anni e sono stati presi svariate volte come riferimento per affermare che l’omeopatia non fosse efficace. Basti pensare che ad oggi, questo studio è tra i maggiormente citati nella letteratura del settore, con oltre 450 citazioni, a differenza di quanto accaduto per la risposta di un gruppo di omeopati che vede solo 16 citazioni.
Gli attacchi più duri ed offensivi fatti all’omeopatia si basano ancora oggi su questi studi ed è pertanto opportuno fare delle specifiche e andare a fondo cercando di capire realmente come stanno le cose, analizzando i vari aspetti tecnici dello studio del Lancet; gli autori dello studio sono partiti dal presupposto che gli effetti dell’omeopatia devono essere necessariamente degli effetti placebo non specificati, comparando 110 ricerche controllate con placebo in omeopatia e altre 110 inerenti la medicina allopatica. Tutti gli studi riguardavano patologie dello stesso tipo ed erano stati estratti casualmente dalla letteratura internazionale del settore. Quello che crea grande curiosità è proprio il fatto che l’Omeopatia sembra uscirne vincitrice in quanto i dati riportano che ben 21 trials omeopatici (quindi il 19% circa) e solo 9 di quelli concernenti la medicina allopatica (rappresentanti un 8% circa) sono stati ritenuti idonei e di buona qualità e la maggioranza degli odds ratio, vale a dire l’indice statistico di efficacia, sottolineavano un effetto positivo dell’intervento. Come detto in precedenza, l’odds ratio è un indice statistico che viene usato molto spesso nelle meta-analisi: 1 significa nessuna efficacia, meno di 1 vuol dire che il farmaco ha un effetto benefico mentre un valore superiore a 1 indica un effetto migliore del placebo. Ecco che stando a quanto riportato inizialmente, l’analisi comparativa degli studi clinici in omeopatia e quelli in allopatia giudicava le varie ricerche cliniche omeopatiche persino di qualità superiore rispetto a quelle allopatiche, sebbene entrambe abbiano dato esiti positivi.
La demolizione all’omeopatia avviene quando tutti i casi clinici, sia omeopatici che allopatici, vengono inseriti, come semplici punti, in un funnel plot, ossia una distribuzione secondo la quale nell’asse orizzontale a sinistra vengono posti i valori dove si ha una prevalenza del farmaco sul placebo, al centro i risultati nulli e sull’asse orizzontale a destra la prevalenza del placebo sui farmaci. Per ciò che concerne l’asse verticale, vedremo in alto tutte le ricerche più grandi con errore standard minimo mentre in basso le ricerche più piccole con errore standard elevato. Il risultato viene evidenziato dalle rette oblique che si creano tra i vari punti dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra; anche in questo caso l’analisi comparativa tra le due mostra risultati estremamente simili tra loro e nonostante ciò inizia la propagande denigratoria degli autori nei confronti della medicina omeopatica. Questo perché viene notato come i funnel plots non risultino simmetrici, con i trials più piccoli nella parte bassa del plot che evidenziavano maggiori effetti positivi rispetto a quelli più numerosi. Ecco che lo studio continua, realizzando un’analisi comparativa ristretta però a solo 8 ricerche omeopatiche e 6 di medicina convenzionale, posizionati nella parte alta del grafico (ossia gli studi più numerosi con un effetto minore). Tutte le altre ricerche sono state asciate fuori e non ne viene spiegata la ragione e lasciando pensare che gli studi più piccoli e con un errore standard maggiore fossero poco, se non per nulla, attendibili. Nulla è stato dimostrato né spiegato.
Il dato finale che ne deriva è che prendendo in considerazione solo gli studi più grandi, l’odds ratio equivale a 0.88 per gli 8 trials omeopatici mentre 0.58 per i trials convenzionali. Il CI attraversa il valore 1 (CI: 0.65–1.19) pertanto non risulta significativo; ecco a voi la conclusione che ha fatto al storia dell’accusa mediatica all’Omeopatia:”Questo risultato è compatibile con la nozione che gli effetti clinici dell’omeopatia sono effetti placebo”. In sostanza, per affermare che la Medicina Omeopatica risulta priva di efficacia è stato necessario ignorare più del 90% degli studi clinici, senza una spiegazione ragionevole a tal riguardo. Il Prof. Hahn, inoltre, ha dimostrato come il funnel plot risulti errato se applicato a patologie differenti l’una dall’altra; gli 8 studi omeopatici prescelti si trovano in alto nel funnel plot, quindi vengono considerati più solidi poiché includono un numero più elevato di casi ed un SE più basso. Gli altri 102 lavori, che dimostravano risultati nettamente più favorevoli all’Omeopatia, non sono stati inclusi perché considerati più piccoli e con un SE maggiore. Quello che viene contestato è che risulta normale e per alcuni versi persino necessario che trials con risultati migliori siano stati realizzati con un numero di casi inferiore: se si vuole un risultato migliore rispetto al placebo è d’obbligo inserire nel trial solo un numero piccolo di casi. Gli studi allopatici e convenzionali sono stati realizzati con differenti patologie e quindi con rimedi farmacologici estremamente variegati ed era assolutamente prevedibile che gli studi piccoli avessero un buon risultato mentre quelli grandi presentavano un risultato nettamente inferiore. Senza contare che un concetto basilare della statistica dimostra che quanto il numero dei casi è più basso, tanto risulterà più elevato il SE (errore standard). Ciò non vuol rappresentare però un indice di qualità. Si spiega così il perché l’uso del funnel plot per casistiche così poco omogenee risulti errato e fuorviante.
Volendo sintetizzare il tutto, possiamo dire che la pubblicazione di questi studi ha avuto effetti devastanti per l’omeopatia e si è fondato su tre gravi scorrettezze, la prima consiste nella riduzione del numero di studi di buona qualità da 110 a 21 (con risultati positivi) ed in seguito da 21 a 8 (con risultati negativi), senza aver spiegato le ragione del cut-off; in secondo luogo, l’utilizzo del funnel plot in un’analisi comparativa di lavori troppo eterogenei tra di loro ed infine la pubblicazione ai media dell’editoriale “La fine dell’Omeopatia” prima che venisse pubblicato il fascicolo (l’intento di colpire l’Omeopatia era evidente, soprattutto in un momento in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità era in procinto di pubblicare documenti favorevoli alla Medicina Omeopatica). Sebbene non si voglia pensare alla malafede o agli interessi che possano aver portato ciò, il danno è stato fatto e ancora non è stato riconosciuto, persino dal mondo omeopatico stesso che continua ad accusare il colpo non facendo valere delle volte tutte le proprie ragioni.

La fonte: Paolo Bellavite, SIOMI

 

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