Nel mondo circa 200 milioni di persone sono affette da osteoporosi. Attualmente, ogni anno, in Europa e Stati Uniti si verificano più di 2 milioni di fratture da osteoporosi.
Questa problematica comporta una perdita di massa ossea e resistenza dello scheletro, che risulta a causa di ciò più facilmente esposto al rischio di fratture patologiche. Cause dell’osteoporosi possono essere fattori nutrizionali, metabolici o patologici. Esistono diversi farmaci per combatterla, i più moderni agiscono in particolare con quei meccanismi che portano alla formazione di nuove cellule ossee.
Un recente studio dello Scripps Research Institute, pubblicato su Nature Communications, ha messo a punto una nuova molecola capace di agire sul meccanismo che porta alla rigenerazione ossea. Gli autori hanno posto la propria atttenzione sulla proteina PPARy, un fattore in grado di determinare il differenziamento delle cellule staminali mesenchimali in diversi tessuti come cartilagini ed ossa. Sono partiti da assunzioni effettuate in ricerche precedenti, in cui cavie da laborotorio geneticamente modifiche con carenza di questa proteina sono in grado di promuovere il processo di formazione delle osse. I ricercatori si sono mossi, dunque, nell’ottica di sviluppare una molecola capace di interferire con l’attività di PPARy. La nuova molecola dalla sigla SR2595 è stata testata su animali da laboratorio, nei quali ha provocato l’incremento della formazione degli osteoblasti, quelle cellule staminali che una volta mature diventano tessuto osseo.
Patrick Griffin, uno degli autori dello studio, spiega : <<Questi risultati dimostrano per la prima volta una nuova applicazione terapeutica per i farmaci destinati ad avere come bersaglio PPARy. I primi erano stati quelli per il diabete. Ora, grazie a questo studio, abbiamo dimostrato l’aumento di osteoblasti. Il passo successivo sarà quello di eseguire un’analisi approfondita dell’efficacia del farmaco in modelli animali andando a valutare la perdita di massa ossea, l’invecchiamento, lo sviluppo di obesità e diabete>>.
Per approfondire: http://www.nature.com/ncomms/2015/150612/ncomms8443/full/ncomms8443.html