SINDROME METABOLICA: NUOVI FATTORI DI RISCHIO

SINDROME METABOLICA: NUOVI FATTORI DI RISCHIO

2019-04-10T16:07:08+00:00 3 Aprile 2019|

Con il termine Sindrome Metabolica (o Sindrome X, Sindrome da insulino-resistenza, Sindrome di Reaven) si fa riferimento ad un gruppo di fattori di rischio legati al sovrappeso e all’obesità, che aumentano le probabilità di malattie cardiache ed altri problemi di salute come il diabete e l’ictus. Nel dettaglio i fattori di rischio sono comportamenti o condizioni che aumentano le probabilità di sviluppare una patologia.

La sindrome metabolica viene diagnosticata quando una persona presenta almeno tre dei cinque fattori di rischio di patologie cardiache di seguito elencati:

  1. Obesità addominale: l’eccesso di grasso nella zona addominale è un fattore di rischio per le malattie cardiache maggiore rispetto al grasso in eccesso in altre parti del corpo, come ad esempio sui fianchi.
  2. Un livello superiore alla norma di trigliceridi nel sangue.
  3. Un livello più basso della norma di colesterolo HDL, o colesterolo buono, nel sangue.
  4. Ipertensione arteriosa (pressione alta).
  5. Livelli glicemici a digiuno più alti della norma.

A seguito dell’aumento di casi di sindrome metabolita la ricerca scientifica ha posto particolare attenzione sulle cause possibili che hanno fatto aumentare l’incidenza di questa patologia negli ultimi anni. Dalle analisi condotte in merito la comunità scientifica ha posto particolare enfasi sulle conseguenze metaboliche dovute allo stress, che potrebbero contribuire all’allarmante aumento dell’incidenza di obesità, sindrome metabolica e dei disturbi cardiometabolici correlati. In particolare, gli stimoli stressogeni cronici possono costituire un importante fattore patogenetico per lo sviluppo dell’obesità viscerale e della sindrome metabolica nei soggetti geneticamente più predisposti. Inoltre, l’espansione dell’obesità, a causa della capacità degli adipociti di secernere molecole proinfiammatorie in grado di attivare reazioni di fase acuta e di causare disfunzioni endoteliali, può agire come stimolo cronico per l’attivazione dell’asse ipotalamicoipofisario-surrenalico, così come cofattore per lo sviluppo di insulinoresistenza e delle relative complicazioni cardiometaboliche.

In tal modo è possibile l’instaurarsi di un circolo vizioso in cui l’ipercortisolemia indotta dallo stress contribuisce all’accumulazione di adipociti e viceversa, mentre entrambi i fattori aumentano l’insulinoresistenza e l’infiammazione cronica sistemica, sfociando a loro volta nella sindrome metabolica.

Analizzando in maniera specifica, a livello endocrino, come lo stress possa facilitare l’obesità, una ricerca del 2007 pubblicata dalla rivista Nature Medicine ha dimostrato che lo stress non solo può indurre a mangiare di più, ma fa assimilare di più quello che mangiamo. Causa di ciò è l’ormone ‘neuropeptide Y(NPY), che permette l’accumulo di maggiori quantità di grasso alle cellule del tessuto adiposo, in particolare proprio dove sono più pericolosi e cioè attorno alla vita, conferendo quella forma a mela (obesità centrale) che è legata a ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari.

Altri passi in avanti significativi nello studio della correlazione tra obesità e stress sono stati compiuti con una ricerca del 2014, condotta dalla Boston University School of Medicine (BUSM) e pubblicata sul Journal of Biological Chemistry, secondo cui l’adenosina, un metabolita che viene rilasciato nell’organismo in momenti di particolare stress, potrebbe interrompere il processo che porta le cellule staminali adipose a differenziarsi in cellule adipose adulte.

Tale processo potrebbe comportare dei problemi con il deposito dei grassi all’interno delle cellule, interrompendo quindi il processo di sviluppo del tessuto adiposo, con conseguente impatto negativo su tutti quei processi che dipendono dalla corretta omeostasi delle cellule di grasso.  Tutto ciò potrebbe dunque favorire un aumento del rischio di obesità.

Ulteriore conferma che lo stress aumenti il rischio di sovrappeso è arrivata da un altro studio del 2015 condotto dai membri della Ohio State University. Lo studio in questione suggerisce che le donne che vivono uno o più eventi stressanti il giorno prima di mangiare anche un solo pasto ricco di grassi, vedono rallentato il proprio metabolismo, contribuendo in tal modo ad un aumento di peso. Sono state interrogate 58 volontarie in merito ai fattori di stress che hanno caratterizzato il giorno precedente. Dopodiché, è stato chiesto loro di consumare un pasto composto da 930 calorie e da 60 grammi di grassi. Gli scienziati hanno poi misurato il loro tasso metabolico e hanno esaminato glicemia, trigliceridi, insulina e cortisolo.

In media, le donne che avevano riportato uno o più fattori di stress durante le 24 ore precedenti al test, avevano bruciato 104 calorie in meno rispetto a quelle che riportavano di non essere state sottoposte ad eventi stressanti il giorno precedente. Le donne stressate avevano inoltre livelli più alti di insulina, fattore che contribuisce ulteriormente al deposito di grasso.  Inoltre, nelle volontarie che avevano anche una storia di depressione, è emerso che, in presenza di fattori di stress vissuti nel giorno precedente, dopo il pasto aumentavano anche i livelli dei trigliceridi.

Riassumendo possiamo confermare che tutti questi casi sottolineano l’importanza di riconoscere lo stress come uno dei primari fattori di rischio e come importante cofattore per lo sviluppo di obesità viscerale e delle relative complicazioni metaboliche e cardiovascolari.

Fonte: Pubmed

Autore:

Biologa specializzata in Scienze molecolari, cellulari e fisiopatologiche